Entrare con i sensi

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Se esiste un peccato originale per gli Storici dell’arte, una sorta di indelebile macchia nel pur luminoso cammino verso la conoscenza delle verità celate in un’opera, è che (troppo) spesso si accostano all’arte soltanto con gli occhi e con il cervello, piuttosto che lasciarsi guidare dal cuore e dai sensi. Che è invece ciò che avviene normalmente alla gente comune.

Capita così che, mentre un bravissimo studioso si sofferma a discutere sulla datazione della Susanna e i vecchioni da Pommersfelden, esposta in mostra, un qualunque visitatore resti invece attratto dal piedino della protagonista immerso nello specchio d’acqua in basso, nella tela. Oppure che, nella sala dove è esposta la celeberrima Giuditta che decapita Oloferne della Gentileschi dagli Uffizi di Firenze, decine di persone comuni si interroghino sul perché affianco a quest’opera cruenta e dinamica – degna del migliore Quentin Tarantino nel particolare del lenzuolo intriso di sangue – sia stata posta un’altra Giuditta, a firma di Andrea Commodi, che nella sua staticità  misura la distanza siderale tra Artemisia e gli altri artisti del suo tempo. O ancora, che il rosso rubino del manto della Maddalena di Ribera presente in mostra riesca, evocando il fruscio di quella stoffa serica e lucente, a chiarire a tutti – senza bisogno di parole – la scelta operata dalla protagonista di abbandonare la vanità del mondo e i suoi orpelli per una dimensione di assoluta penitenza, con la stessa grazia e leggerezza che poniamo nel gesto di far cadere a terra un indumento che non vogliamo più indossare.

Ora, per onestà e per difesa della categoria, bisogna pur precisare che lo studio e la conoscenza siano strumenti imprescindibili per una corretta comprensione del significato di un’opera. Ma da qui a dire che, oltre a necessari, tali strumenti siano anche sufficienti, il passo è lungo e soprattutto elude il vero problema, che riguarda piuttosto i modi e i tempi di avvicinamento all’arte.

Quante volte sentiamo dire “io di arte non ci capisco niente” oppure “sono ignorante, non posso capire questo quadro”. Ma l’arte è un linguaggio, universale ed eterno, capace cioè di trasmettere sensazioni e nozioni a persone distanti nel tempo e nello spazio. Quello che manca, piuttosto, è l’abitudine all’ascolto dell’opera d’arte, lasciando che sia lei a parlarci con i colori e le forme, le suggestioni che evoca in noi e le emozioni che ne derivano. E chi visita la mostra su Artemisia Gentileschi, ospitata a palazzo Braschi, lo sa.