Don’t Stop Me Now

L’associazione Modelli si Nasce Onlus presenta un evento realizzato con il sostegno dell’Assessorato Grandi Eventi, Turismo, Sport e Moda, nella persona dell’assessore Alessandro Onorato.
Dal 1° al 19 aprile 2026, gli spazi di Palazzo Braschi, nel cuore di Roma, ospitano la mostra fotografica Don’t Stop Me Now, un racconto di immagini realizzate a due mani che celebrano l’energia, il movimento e l’identità attraverso gli obiettivi fotografici di MARTIN MAE nell’esposizione chiamata Singular Flowers e di FRANCESCO BRIGIDA con l’esposizione Prima che tutto sia Mondo.
Don’t Stop Me Now si propone come un invito a non fermarsi, a esplorare e a lasciarsi trasportare dalla forza espressiva della fotografia, in un dialogo tra soggetti, forme e colori.
MARTIN MAE - Prima che tutto sia mondo
“Sei felice?”. È questa la domanda che ha cucito insieme il lavoro delle ragazze e dei ragazzi, di Martin Mae e di Giorgio Vella che degli abiti e degli accessori si è occupato. La domanda è un punto centrale di questo progetto perché nel lavoro di Martin Mae si fonde con la parola “rispetto”. Due parole che diventano i tagli di luce chiarissimi di queste fotografie. Che si sono fatte Visibile là dove l’inutile parola “normalità” diventa l’Inintellegibile, l’ombra.
Epicuro riteneva che non può esistere vera felicità senza il piacere; che non esiste essere umano che non compia le proprie scelte in base al piacere che offrono perché il piacere è lo stato naturale che ogni essere vivente cerca, mentre fugge per istinto e per ragione il dolore. Bene, lo sguardo della fotografa si è preso cura di chi non comunica la felicità e il piacere secondo una sorta di modulo prestampato che oggi è la costante e inutile ricerca dell’happiness che lascia più stremati e in solitudine che appagati. Davanti al suo obiettivo piuttosto chi sa comunicare disagio, dolore, insofferenza per un mondo che soffoca senza troppo riguardo. Nelle fotografie appare quindi come scelta stilistica il fare propria quell’esperienza comunicativa, “un rapporto su frequenze diverse” lo chiama Martin Mae, che si fa erosione della certezza che molti canoni impongono: la bellezza, la leggerezza, la grazia e, perché no, la seduzione. Ma quel far diventare immagine tanta complessità non voleva diventare un mostrare drammatico, ma anzi trasformare una non conformità in una delicata spontaneità, anche quando quella lettura si è fatta fragile architettura, vuoto, un vuoto che non è mai assenza, ma che anzi rimanda a creature che hanno deciso di esserci e poi sguardi e occhi che interrogano anche quando non ci guardano e poi mani e corpi e eleganti particolari che svelano un’umanità davvero prorompente lontano da ogni estetizzazione, ma avvolta da un chiarore che diventa uno incorporamento adeguato perché riesce anche nel difficile compito di farsi intimità.
Non va tutto benissimo in queste fotografie, ma quando lo scorrere collettivo della vita diventa riconoscimento ecco che la cancellazione dei canoni diventa utopia che fa luce e la luce, come è noto, è materia, solida materia che costruisce interamente questo progetto.
Ed è così che le relle a cui si troveranno appese le fotografie, diventano il luogo dove è chi guarda che dovrà appendere consuetudini, percezioni, pratiche e stili di vita per spogliarsi di un ingombro che tutte e tutti i protagonisti di questo prezioso incontro ci dicono che no, è tutta roba importabile, un habitus stravagante inutilizzabile. Moda sa essere anche questo.
FRANCESCO BRIGIDA - Singular Flowers
Guardare una fotografia, una bella fotografia e rapidamente organizzare in noi e per noi delle certezze, delle sensazioni codificate, delle conoscenze pregresse insomma la struttura del reale, anzi della normalità del reale. Benché si sia sommersi da immagini le più fantastiche, davanti ad una fotografia ancora generalmente ci comportiamo in questo modo.
Ma davanti alla serie di foto di Francesco Brigida appare necessario rallentare il cammino delle certezze, della cosiddetta normalità. Nella serie di ritratti che compone Singular Flowers c’è molta e ponderata storia della fotografia, molti tagli, molte luci, molto chiaroscuro di grandi maestri con cui il fotografo intesse dialogo, ma c’è anche storia della pittura, alcune foto sembrano imparentarsi con certa pittura napoletana del Seicento, figure narrate senza aneddoti, senza dettagli, senza messa in scena, che fanno trasparire l’essenza nella sottile superficie della foto stessa. Ma è questa essenza che richiede un tempo più lungo di osservazione. Per arrivare al senso di quei giovani volti, di quei gesti, di quegli sguardi, di quel severo e schivo orgoglio che reca in sé ogni immagine, non c’era per Brigida una strada diretta e breve, come lui stesso dice ha dovuto percorrere una curva larghissima perché la velocità a cui ci obblighiamo a vivere la reciprocità emotiva deve avvenire in un flash o mai più. Ma non per queste ragazze, per questi ragazzi. C’è un dono che riservavano al fotografo e che lo sfidavano a trovare. Una sfida raccolta con delicatezza perché nei loro sguardi c’era ciò che loro volevano raccontare e lo volevano fare per il tramite di quel lento avvicinamento, chiedendo tempo. Brigida dice “Io sono il primo spettatore del loro racconto”, avendo scelto un’altra accezione di “spettatore” perché questo racconto rifugge dalla nozione di evento, costringe tutti cioè ad accogliere il rifiuto di relazioni che consistono in un fenomeno che avviene in uno spazio così ristretto e in un tempo così breve da poterlo considerare caratterizzato da un punto e da un istante. Perché quello spazio è fatto di altro, altra è la sua sostanza, sono nuovi i sentimenti messi in gioco, ma è diverso soprattutto il peso che viene loro dato e la liceità di renderli pubblici. Si chiede la presa di coscienza della possibilità e la sorpresa dell’altro, di chi ci vede in maniera diversa e pone noi nell’aura della diversità. È questo il dono costruito da queste giovani persone: la piccola distanza non fisica tra il fotografo e il loro raccontarsi che solo nelle fotografie ultimate è emersa, appunto quasi una sorpresa. È uno spazio creato da queste modelle, da questi modelli e da Francesco Brigida in cui insieme ci chiedono di entrare con cura e tempo perché è qui che troveremo il senso che, sempre insieme, hanno costruito.
Informazioni
dal 1° al 19 aprile 2026
dal martedì alla domenica ore 10.00-19.00
Ultimo ingresso un'ora prima della chiusura
Giorni di chiusura: lunedì
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Tel 060608 (tutti i giorni dalle ore 9.00 alle ore 19.00)
Curatrice Michela Becchis
Styling per Francesco Brigida – Elisabetta Cavatorta
Styling per Martin Mae – Giorgio Vella






































