Keith Haring - Il percorso espositivo

Haring e l’Italia: una geografia dell’incontro
«La libertà dell'artista è simbolo dello spirito umano in tutta l'umanità», scriveva Haring proprio in quel 1984 – l'anno in cui il suo segno, prima ancora di entrare nei musei italiani, si prende letteralmente le strade di Roma. Prima di diventare un'icona planetaria, Haring lascia il segno in Italia – letteralmente, su pareti che oggi in gran parte non esistono più. Il legame inizia nel maggio 1983 tra Milano e Napoli: nel capoluogo lombardo trasforma il flagship store Fiorucci in una performance pittorica dal vivo; a Napoli presenta la sua prima personale italiana, Italia '83, alla Galleria Lucio Amelio, realizzando anche un'opera per Terrae Motus. Tornerà più volte nel Paese: nel 1984 espone alla Galleria Salvatore Ala di Milano, è selezionato per la Biennale di Venezia.

Ma soprattutto arriva a Roma per Arte di Frontiera. New York Graffiti, curata da Francesca Alinovi al Palazzo delle Esposizioni, dove dipinge in poche ore un murale sulla scalinata esterna, oggi perduto. Il legame con l'Italia culmina nel 1989 con Tuttomondo, murale monumentale sulla parete del convento di Sant'Antonio Abate a Pisa, sua ultima opera pubblica permanente. Le prime sale della mostra ripercorrono gli intrecci artistici di Haring e l’Italia, attraverso i poster delle sue esposizioni a Milano, Napoli e le opere che certificano l’influenza delle esperienze italiane nella costruzione dello stile dell’artista.

 La strada, la metropolitana, il segno in azione
Prima dei musei, prima delle gallerie, c'è un pannello pubblicitario vuoto e un pezzo di gesso bianco. «Il disegno è rimasto sostanzialmente lo stesso sin dalla preistoria: unisce l'uomo al mondo, vive di magia», scriveva Haring nel 1978 – ed è proprio questa magia arcaica e istantanea a materializzarsi ogni giorno, a partire dal 1980, sui pannelli della metropolitana di New York, dove i Subway Drawings raggiungono ogni giorno migliaia di pendolari con figure a gessetto lasciate sui cartelloni pubblicitari inutilizzati. Accanto a opere come Subway Drawings, i sette pannelli dell’FDR Drive – lamiere dipinte a spray nel 1984 lungo la grande arteria dell'East Side di Manhattan – restituiscono tutta l'energia del segno di Haring oltre i confini tradizionali della tela. Come ricorda anche Claudio Zambianchi nel suo saggio in catalogo, a differenza dei grandi maestri dell'espressionismo astratto, Haring compone le sue opere – anche di dimensioni monumentali – nell'arco di poche ore o pochi giorni, con un segno pulito e graficamente preciso che nasce dalla sua formazione nella cultura di massa dei fumetti e nella pratica del cut-up letterario appresa a New York.

Icone di un linguaggio universale
«Sono affascinato dalle forme che le persone scelgono come simboli per creare un linguaggio», annotava Haring già nel 1978: un'intuizione che nel 1990, pochi mesi prima della morte, diventa alfabeto compiuto con Icons, la serie che raccoglie cinque delle sue figure più riconoscibili. Il Bambino Radiante, simbolo di innocenza e purezza – «il motivo per cui il bambino è diventato il mio logo, la mia firma, è che rappresenta l'esperienza più pura e positiva dell'esistenza umana», spiegava l'artista nel 1986 – il Cane, che alterna giocosità e critica del potere; l'Angelo, evocazione di spiritualità e protezione; l'Uomo Alato, figura dal significato volutamente aperto; il Volto dai Tre Occhi, apparso già sulla copertina del catalogo della sua prima personale alla Tony Shafrazi Gallery nel 1982. Sviluppate lungo tutto l'arco della sua carriera, queste figure sono divenute un vero e proprio linguaggio visivo autonomo, riconoscibile in tutto il mondo.

Impegno politico e sociale
«Non credo che l'arte sia propaganda: deve essere qualcosa che libera l'anima, provoca l'immaginazione e spinge le persone ad andare oltre. Celebra l'umanità invece di manipolarla», affermava Haring nel 1985 – ed è questa la chiave con cui leggere la sezione che riunisce opere e poster in cui l'immagine diventa forma di presa di parola pubblica. Antirazzismo, apartheid, disarmo nucleare, prevenzione dell'AIDS, diritti LGBTQ+, violenza, droga e tecnologia attraversano lavori e serie diventate iconiche come USA 19-18, Free South Africa, Crack Down!, Safe Sex! e i poster realizzati per ACT-UP e per la AIDS Hotline, testimonianza dei primi anni newyorkesi e testamento visivo pubblicato poco prima della morte. Haring creò oltre cento poster nel corso della sua vita, riconoscendo in questo mezzo una delle forme d'arte più immediate e democratiche a sua disposizione, capace di raggiungere pubblici lontani dal mondo dell'arte contemporanea.

Il corpo, il desiderio, la vita
«Sono felice di essere diverso. Sono orgoglioso di essere gay. Sono orgoglioso di avere amici e amanti di ogni colore».
Così scriveva nel marzo 1987, nel pieno della crisi dell'AIDS e di un clima di crescente conservatorismo sociale. La sezione “Radiant Eros – Celebrare la vita” esplora proprio queste tematiche: il corpo, il desiderio e la gioia di essere vivi attraverso movimento, colore ed energia. Tra le opere principali figurano i cinque Untitled del 1983, opere realizzate con pigmenti fluorescenti e colori Day-Glo, eccezionalmente illuminate con luce fluorescente come immaginate dall’artista, le tavole Bad Boys, e il monumentale Untitled (1984). In un momento in cui molte voci chiedevano silenzio e vergogna, per l'artista celebrare il corpo e l'amore divenne un atto di resistenza e di speranza.

La musica come materia visiva
Il ritmo prima ancora del segno. La musica occupa un posto centrale nella vita e nell'opera di Haring: dai club e dalla scena underground della New York downtown ai grandi festival jazz, l'artista si muove con naturalezza tra arte visiva, musica, danza e performance, vivendole come espressioni diverse di uno stesso impulso creativo. Stringe legami stretti con musicisti, DJ, ballerini e locali in tutto il mondo, immerso in una cultura in cui arte visiva e musica popolare si alimentano a vicenda: realizza manifesti, scenografie e copertine di dischi, spesso rispondendo direttamente al ritmo di un brano o all'energia di un'intera scena musicale. Il Club 57 e il Paradise Garage diventano per Haring luoghi essenziali, dove artisti, musicisti e performer si mescolano liberamente, nutrendosi a vicenda della propria energia. Nelle sue linee si può quasi sentire il battito: le figure danzanti pulsano sulla superficie, e per Haring la linea stessa diventa ritmo, movimento - una forma di musica visiva a tutti gli effetti.

Immaginario religioso e simbolico
«Sono affascinato dalle forme che le persone scelgono come simboli per creare un linguaggio: in ogni forma esiste una struttura di base, capace di racchiudere un intero significato in un minimo di linee. È qualcosa di comune a tutti i linguaggi, tutte le persone, tutti i tempi».
Questa intuizione dell’artista diventa il cuore pulsante dell'immaginario religioso e simbolico in mostra. Il Serpente, la Croce, l'Angelo, la Piramide non sono per Haring illustrazioni di un'unica fede, ma un vocabolario flessibile, capace di dire ogni volta cose diverse: vita, energia, conflitto, trasformazione, speranza. Come Picasso guardò all'arte africana, anche Haring trova ispirazione nell'arte africana, precolombiana e azteca, affascinato dalla loro forza diretta, insieme primitiva e futuribile. Durante i suoi soggiorni in Italia scopre inoltre il patrimonio artistico di Roma, dove iconografia cristiana e mitologia classica arricchiscono ulteriormente questo linguaggio simbolico: un alfabeto capace di attraversare i confini culturali restando fedele a temi universali – nascita, morte, amore, fede, esperienza umana condivisa – tanto nella storia stratificata di Roma quanto sui muri della New York degli anni Ottanta.

Apocalypse e Altarpiece: sulla linea sottile tra la vita e la morte
«La vita è così fragile, è una linea sottilissima tra la vita e la morte. Mi rendo conto di camminare su questa linea», scriveva l’artista nel 1986 – una frase che racconta perfettamente il filo che lega Apocalypse e Altarpiece: The Life of Christ, le due opere in cui l'artista guarda più da vicino alla propria fine. Nel 1988, l'anno della sua diagnosi di sieropositività, risponde alle visioni apocalittiche dello scrittore William S. Burroughs con 22 litografie che traducono cieli squarciati e mondi in rovina in un linguaggio di violenza e disordine: lo stesso Burroughs lo ricorderà come un artista dalla forza quasi profetica. Due anni dopo, nell'ultimo anno di vita, Haring si affida invece alla forma della pala d'altare cristiana per realizzare Altarpiece: The Life of Christ, dove al caos si sostituiscono fede, sofferenza e trascendenza: l'opera, esposta nella Cathedral Church of St. John the Divine di New York in occasione del suo funerale, è qui simbolicamente ricollocata nella cappella di Palazzo Braschi. Distruzione e trascendenza, due estremi dello stesso sguardo: quello di un uomo che cammina, consapevole, sulla linea sottile tra la vita e la morte.

L'arte è per tutti
«Il pubblico ha bisogno di arte, ed è responsabilità di un artista che si autoproclama tale riconoscere che il pubblico ha bisogno di arte – non fare arte borghese per pochi, ignorando le masse. L'arte è per tutti», questa dichiarazione-manifesto del 1978, rimane in una delle pagine più citate dei suoi diari: una convinzione che attraversa l'intera sezione conclusiva del percorso. Qui l'arte di Haring esce definitivamente dalla tela per farsi oggetto, gesto, incontro: il progetto Luna Luna, i poster per le biblioteche e gli ospedali, fino al Mural for the Mount Sinai Hospital, dipinto per i più piccoli. Dalle piccole edizioni alle installazioni monumentali, ogni opera racconta la stessa idea, semplice e radicale: l'arte non appartiene a un pubblico ristretto, ma a chiunque scelga di guardarla.