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Calcografia
Il termine indica le tecniche di incisione in cavo su lastra; posso essere dirette (bulino, puntasecca, ecc.) o indirette (acquaforte, acquatinta, ecc.).
Nell'incisione diretta la lastra metallica viene scalfita direttamente con il bulino o la punta, mentre nell'incisione indiretta ci si avvale di un procedimento mediante il quale l'incisione della lastra avviene chimicamente grazie all'azione erosiva dell'acido nitrico.
Nella fase di stampa si utilizza un torchio calcografico.
Calotipo
Procedimento inventato in Inghilterra nel 1839 dallo scienziato William Henry Fox Talbot. Il calotipo (dal greco "bel prototipo") consente di trarre più copie positive dal negativo, al contrario del contemporaneo dagherrotipo che era un esemplare unico. Il calotipo, antenato del moderno negativo, era costituito da un foglio di carta trasparente immerso in una soluzione salina e in una di nitrato d'argento sensibile alla luce. Dopo l'esposizione nella macchina da ripresa, il calotipo veniva sviluppato, fissato per evitare che i sali d'argento continuassero ad alterarsi, lavato ed infine cosparso con della cera per rendere le fibre della carta più trasparenti e facilitare la stampa che avveniva a contatto su carta salata.
Carta
L'arte di fabbricare la carta fu scoperta dai cinesi nel II secolo d.C. Fu introdotta in Asia centrale ed in Persia dagli Arabi che ne appresero la tecnica dai cinesi. La prima cartiera sorse a Samarcanda; altre fabbriche furono impiantate poi anche a Bagdad, a Damasco, in Armenia, in Persia e in Egitto. Da qui la carta raggiunse i paesi del Mediterraneo, diffondendosi dapprima in Spagna, a Jativa, presso Valencia, nel corso del XII secolo, e poi in Italia, a Bologna, ad Amalfi, nel Friuli, ma soprattutto a Fabriano, nella marca d'Ancona. Questo fu il centro di produzione di carta più famoso anche per le migliorie tecniche apportate alla fabbricazione.
Materia prima per produrre la carta furono gli stracci di lino, canapa e cotone. Essi venivano dapprima lavati, divisi secondo la qualità e poi lasciati a macerare nell'acqua. Venivano poi tagliati a pezzi e portati al mulino. Qui erano sottoposti all'azione delle "pile a magli multipli". L'albero del mulino veniva munito di sporgenze di legno che servivano ad azionare magli e pestelli che si muovevano nelle vasche di legno contenenti gli stracci impregnati d'acqua saponata, fino a trasformarli in pasta. La pasta così ottenuta veniva trasferita nei "tini". Qui si immergeva un telaio di legno formato da una serie di piccole verghe di bronzo, dette "vergelle", distanziate tra loro di alcuni millimetri, tenute ferme da catenelle di fili di rame o di bronzo, detti "filoni". I cartai fabrianesi inventarono anche la filigrana. Il telaio veniva scosso più volte fino a che la pasta si depositava in modo uniforme. Si otteneva così un foglio che era poi steso ad asciugare su un feltro di lana. Più fogli intercalati da feltri si passavano sotto un torchio per eliminare l'acqua e permetterne il distacco. Per tutte queste operazioni era necessaria moltissima acqua, circa duemila litri per ogni chilo di carta. Per rendere la carta atta alla scrittura era indispensabile procedere alla impermeabilizzazione con una colla ottenuta dallo scarto della concia delle pelli. Quindi si procedeva alla lisciatura con una selce per eliminare tutte le imperfezioni.
La carta usata per le stampe d'arte si differenzia per alcune caratteristiche: deve avere infatti una superficie omogenea ed essere sufficientemente porosa ed assorbente, adatta a ricevere l'impressione delle lastre inchiostrate. Nei secoli passati i materiali più diffusi erano la carta a vergelle e la "carta giapponese" (più compatta e priva di vergelle). Anche oggi la carta migliore per la stampa d'arte è quella fabbricata a mano, derivata dalla macerazione degli stracci, con bordi generalmente sfrangiati.
Carta salata
E' il supporto su cui veniva stampato il calotipo. La stampa avveniva per contatto, mediante l'uso di un torchietto da stampa, tra la carta resa sensibile con una soluzione di nitrato d'argento e il negativo. Si esponeva successivamente la carta alla luce fino ad ottenere il grado di annerimento desiderato. In questa fase l'immagine acquisiva una tonalità rossastra; dopo essere stata fissata in una soluzione di tiosolfato di sodio prendeva un tono bruno e, se veniva virata all'oro, assumeva un tono più freddo tendente al porpora violetto. Comunque il colore delle fotografie realizzate con questa tecnica era assai vario a seconda della carta utilizzata o della formula impiegata per la salatura. Il procedimento calotipo-carta salata fu quello maggiormente utilizzato negli anni tra il 1840 e il 1860 per essere successivamente sostituito dalla stampa all'albumina.
Cinquecentina
Edizione di libri a stampa eseguita nel secolo XVI.
Collodio
Procedimento fotografico inventato in Inghilterra nel 1851 dallo scultore e fotografo dilettante Frederick Scott Archer per superare gli inconvenienti derivanti dall'uso della carta utilizzata come negativo nei precedenti esperimenti fotografici (calotipo). F.S. Archer utilizzò come negativo, al posto della carta, la lastra di vetro ricoperta con un sottile strato il collodio, una soluzione viscosa di nitrocellulosa in alcool ed etere combinata ai sali d'argento. La lastra veniva poi immersa in una soluzione di nitrato d'argento che, reagendo con i sali contenuti nello strato di collodio, formava una pellicola sensibile alla luce. Una volta sensibilizzata, la lastra veniva inserita ancora umida nella macchina fotografica e doveva essere esposta e sviluppata nel più breve tempo possibile, prima che il collodio cominciasse ad essiccare. Per tale ragione questa tecnica venne denominata "collodio umido". Infine si fissava l'immagine con una soluzione di tiosolfato sodico. Il negativo così ottenuto, anche se più fragile di quello su carta, permetteva una maggiore rapidità di stampa e una migliore fedeltà di riproduzione.
Colophon
O sottoscrizione è la formula con cui finisce ogni libro stampato nel XV secolo ed anche nei primi anni del XVI secolo, finché non compare l'uso del frontespizio. Stampato spesso in rosso, contiene di norma il nome del tipografo, l'indicazione del luogo e della data di stampa, spesso comprensiva del giorno e del mese, accompagnati talvolta dal nome del mecenate editore, dall'indirizzo della bottega e dalla marca tipografica.
Cornice
Uno degli elementi decorativi delle pagine di un volume o di una stampa d'arte. Può essere silografica o calcografica ed assumere denominazioni specifiche a seconda degli elementi raffigurati: architettonica (capitelli, colonne, edicole, statue, portali accompagnati da girari e festoni, ghirlande, medaglie, mascheroni, delfini, tritoni, sirene, amorini), istoriata (piccole scene narrative), manieristica (festoni, ricci, volute, mazzi di frutti, cartigli, lapidi, drappi, cornucopie, mascheroni, putti, conchiglie, volute, cariatidi), tipografica (sottili fregi formati da fiorellini, filetto, doppio filetto), vegetale (grottesche, serti di foglie e frutti, girari di foglie e fiori con uccelli, intrecci di foglie d'acanto, tralci di vite).

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