Glossario
Acquaforte
Tecnica calcografica indiretta mediante la quale i solchi sulla lastra di rame sono provocati dalla morsura del metallo da parte dell'acido nitrico (detto anticamente aqua fortis). Si esegue coprendo la lastra con una vernice resistente agli acidi - a base di cera bitume e mastice - e si traccia il disegno a rovescio con una punta d'acciaio scalfendo lo strato di vernice. La lastra incisa viene immersa nell'acido, che "morde" le parti del metallo dove la vernice è stata tolta, per il tempo necessario alla profondità dell'incisione che si vuole ottenere. Concluso il bagno nell'acido si asporta la vernice e la lastra è pronta per essere inchiostrata e la stampa avviene con un torchio calcografico.
L'acquaforte divenne il procedimento prediletto dai pittori-incisori seicenteschi sia per la la maggiore facilità di esecuzione rispetto al bulino, dato che si lavorava su una superficie morbida, sia perché si prestava meglio a rendere effetti pittorici e luministici.
L'acquaforte divenne il procedimento prediletto dai pittori-incisori seicenteschi sia per la la maggiore facilità di esecuzione rispetto al bulino, dato che si lavorava su una superficie morbida, sia perché si prestava meglio a rendere effetti pittorici e luministici.
Acquatinta
Tecnica calcografica indiretta simile all'acquaforte per quanto riguarda la morsura dell'acido ma diversa per la preparazione della lastra. L'acquatinta si realizza ricoprendo la lastra con uno strato di grani di colofonia (pece greca), o bitume, zucchero, sale, che viene fatto aderire al metallo mediante il calore. Dopo aver asportato la vernice con una punta in corrispondenza del disegno che si vuole ottenere, la lastra viene immersa nell'acido che penetra negli interstizi fra i granelli e, giungendo a contatto con il metallo, lo intacca con un segno "spugnoso". In fase di stampa si ottengono toni sfumati che imitano gli effetti dell'acquerello.
Albumina
Procedimento di stampa fotografica ideato in Francia nel 1855 che ebbe grande diffusione e sostituì l'uso della carta salata. All'albume, separato accuratamente dal tuorlo, si addizionava il cloruro di ammonio; quindi si montava a neve e si metteva a riposo per alcune ore. Si utilizzava la parte liquida, rimasta sul fondo del contenitore, che veniva lasciata a fermentare. Successivamente si procedeva all'albuminatura della carta. Veniva usata una carta molto sottile e resistente all'acqua. I fogli venivano lasciati "galleggiare" sulla superficie del liquido e poi messi ad asciugare. Dopo questo trattamento la carta poteva essere conservata a lungo, fino al momento dell'uso allorché veniva sensibilizzata con una soluzione di nitrato d'argento; quindi veniva utilizzata per la stampa esponendola alla luce, poi lavata, virata all'oro, fissata e lavata nuovamente. La stampa all'albumina - che avveniva a contatto - si presenta lucida, a differenza di quella ottenuta con la carta salata che è opaca.
La novità di questo procedimento fu che lo strato di albume su cui poggiava l'immagine era separato dalle fibre della carta: è il primo tentativo di separare l'immagine dal supporto. Questo procedimento fu utilizzato per circa 30-40 anni e solo verso il 1880-1890 cominciò ad essere sostituito da materiali più pratici.
La novità di questo procedimento fu che lo strato di albume su cui poggiava l'immagine era separato dalle fibre della carta: è il primo tentativo di separare l'immagine dal supporto. Questo procedimento fu utilizzato per circa 30-40 anni e solo verso il 1880-1890 cominciò ad essere sostituito da materiali più pratici.
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